ADUSBEF Lombardia
INCHIESTA UBI PDF Stampa E-mail
Scritto da A.L.   
Ubi Banca: dossier anonimo a Adusbef, inoltrato a Procure
Accuse a vertici, in plico estratto conto ex Consob Pezzinga
MILANO
(ANSA) - MILANO, 21 LUG - L'associazione dei Consumatori Adusbef ha trasmesso alle procure di Milano, Bergamo e Roma "tutto il materiale" contenuto in un plico anonimo, in cui sono formulate accuse ad alcuni esponenti dello storico gruppo dirigente di Ubi Banca, tra cui Giovanni Bazoli, punto di riferimento della componente bresciana della banca, e l'ex presidente del consiglio di gestione Emilio Zanetti. I documenti, afferma il presidente di Adusbef Elio Lannutti, offrono tra l'altro "una ricostruzione puntuale ed analitica di alcune società ed amministratori della galassia Ubi-Banca" e "degli incarichi" affidati al genero di Bazoli, Gregorio Gitti, "per gestire sofferenze e cartolarizzazioni, anche tramite società di diritto olandese ubicate ad Amsterdam". Nel dossier è contenuta anche la rendicontazione di sette anni e mezzo di movimenti del conto IwBank (controllata di Ubi Banca) dell'ex commissario Consob, Michele Pezzinga, testimone nell'inchiesta della Procura di Milano su UnipolSai e grande accusatore del presidente Giuseppe Vegas. La Consob, dopo che il trading di Pezzinga è stato rivelato da un articolo del Corriere la scorsa settimana, ha segnalato alla Procura di Roma le operazioni, fatte su titoli non speculativi anche se, per quanto riguarda l'operatività su obbligazioni societarie, contrarie al codice etico della commissione.(ANSA).

 
Conciliazione SORGENIA PDF Stampa E-mail
Scritto da ADUSBEF Lombardia   

Conciliazione SORGENIA

A partire da aprile 2009 è operativa la procedura di Conciliazione concordata tra SORGENIA e le Associazioni dei Consumatori.

SORGENIA,  azienda leader nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ha concordato, infatti, con le Associazioni dei Consumatori una procedura di Conciliazione stragiudiziale per la risoluzione delle controversie, cioè un metodo di risoluzione delle controversie alternativo alla giustizia ordinaria con cui le parti in lite, in tempi rapidi ed a costi bassissimi o nulli, giungono ad una soluzione concordata fra loro e per entrambe soddisfacente grazie all'assistenza ed alla mediazione di un esperto qualificato: il Conciliatore.

Questa forma di conciliazione è' detta convenzionata in quanto frutto di specifici accordi o protocolli d'intesa tra Aziende e Società di primaria importanza a livello nazionale e le Associazioni del Consumatori maggiormente rappresentative. E' paritetica in quanto, a differenza di altre tipologie che prevedono la presenza di un terzo conciliatore super partes, privo di autonomo potere giudicante oppure in qualità di mediatore, la composizione della controversia è affidata ad una Commissione di Conciliazione composta dal rappresentante della Associazione dei Consumatori, portavoce della posizione del consumatore/utente, e dal rappresentante della Società, in posizione paritaria.

Avviare la procedura è semplice: dopo aver inoltrato un reclamo nei confronti della Azienda o della Società di servizi interessata, il consumatore/utente che non abbia ricevuto riscontro al proprio reclamo o che non ne ritenga soddisfacente l'esito può inoltrare autonomamente o tramite l'Associazione dei Consumatori la Domanda di Conciliazione.

Il caso viene discusso dalla Commissione di Conciliazione composta dal Conciliatore dell'Associazione e uno per l’Azienda. E’ facoltà del consumatore di essere presente personalmente.

Una volta individuata la proposta transattiva, questa viene sottoposta al consumatore il quale ha facoltà di aderirvi o meno. La procedura si conclude con la redazione e la sottoscrizione da parte dei conciliatori del Verbale di Conciliazione che, nel caso di mancata accettazione della proposta da parte del consumatore, sarà di mancato accordo mentre, nel caso di accettazione, riproporrà le condizioni di composizione della controversia e sarà titolo esecutivo.

Tutta la procedura di conciliazione per gli associati ADUSBEF è completamente gratuita.

 
PARMALAT: I QUADRI RITROVATI DI TANZI PDF Stampa E-mail
Scritto da Adusbef Lombardia   

Sono tra i più grandi artisti del diciannovesimo e del ventesimo secolo – nomi del calibro di Van Gogh, Monet, Manet, Cezanne, Degas, Ligabue, Picasso, Modigliani, De Nittis – gli autori che costituiscono il tesoro nascosto dell’ex patron di Parmalat; una collezione di cui erano a conoscenza, tra gli altri, Simona Pizzetti, direttore artistico della Fondazione Magnani di Parma, e lo stesso Vittorio Sgarbi (come ha riferito in seguito), ma che Tanzi aveva sempre dichiarato sparita, eclissata, venduta in ogni suo pezzo. Inutile dire che su tali affermazioni i dubbi non mancavano.

Tutto però è partito dal servizio mandato in onda da Report nell’edizione di domenica 29 novembre, nel quale attraverso la testimonianza di un ex membro della scorta di Tanzi si è  avanzata l’ipotesi di un trasporto dell’intera collezione in Svizzera, quando ormai era imminente il crac di Parmalat. All’indomani, l’ex patron dell’azienda, interrogato dai giornalisti sulla faccenda, ha tirato dritto: “Quei quadri non ci sono più”, ha dichiarato. “Nessun caveau in casa mia.” E ancora: “Non ci sono nemmeno stato, in Svizzera.”

In fondo non aveva tutti i torti: i quadri non si trovavano, infatti, né a casa sua, né tra le alpi elvetiche, ma nell’appartamento del genero Stefano Strini e in quelli di due amici, che sembrano però esser sempre stati ignari del tesoro che custodivano. Proprio da Strini si sono presentati sabato gli uomini della Guardia di Finanza, dopo che le indagini, partite dal servizio di Report e presiedute dal procuratore Laguardia, avevano raccolto tutti gli elementi necessari per intervenire. Fondamentali si sono rivelate le intercettazioni, dato che Tanzi, dopo aver ostentato sicurezza in pubblico circa la sua irreprensibilità, si è poi tradito in privato, dove il telefono ha cominciato a squillare più spesso del solito.

Strini, da parte sua, non ha ritenuto opportuno negare l’evidenza: e così ecco tornare alla luce dal loro sepolcro di cantine e soffitte tutte e 19 le opere della fantomatica paninoteca Tanzi. E pensare che pochi giorni di ritardo nell’operazione sarebbero bastati perché si volatilizzassero, di nuovo. A colorire la vicenda arrivano infatti le dichiarazioni di Laguardia, secondo cui la collezione sarebbe stata trasportata entro breve a Forte dei Marmi, per poi finire nelle mani di un magnate russo – ipotesi, questa, che aggrava notevolmente la posizione già poco felice dell’imprenditore di Collecchio. Per non parlare delle opere in sé.

La stima del valore totale al trapelare delle prime notizie è alta: sui 100 milioni di euro; di tutt’altra opinione il consulente d’arte Paolo Dal Bosco che negli anni ‘90 si occupò di acquistare i quadri per conto di Tanzi: non più di 5 milioni; e le interviste successive a critici ed esperti d’arte, a tutta prima, sembrano confermare il calo rispetto alle valutazioni iniziali, supponendo addirittura non autentici alcuni dipinti, in attesa del parere degli specialisti che si occuperanno di definire l’effettivo valore del già ridimensionato “tesoretto”.

Il nuovo guaio di Calisto Tanzi, insomma, è una faccenda che conserva ancora molti lati oscuri. Da una parte c’è chi addirittura ne estende i margini fino all’incredibile: è la stessa Report che, in apertura dell’edizione di domenica scorsa, propone un’intervista con quello che sarebbe stato il mediatore della vendita delle opere. Secondo le parole di costui (che sostiene fare l’elettricista, di mestiere), prima che fosse andato in onda il servizio del 29 novembre era in atto una trattativa per l’intera collezione, compratore nientemeno che un professore del Vaticano! Forse nemmeno la penna di Dan Brown sarebbe arrivata a tanto, ma così è: insomma, altri nodi da sbrigliare per gli inquirenti.

Ma da un’altra parte, c’è invece chi, in tutto questo, ci vede piuttosto chiaro: ancora il procuratore Laguardia, che in un’intervista de “Il Giornale”, scuote tristemente la testa a chi gli chiede se i risparmiatori rovinati dal dissesto di Parmalat possano augurarsi di vedere un po’ di soldi dopo questo ritrovamento. Fermo restando che 100 milioni, se anche fossero, sono briciole rispetto al buco di 14 miliardi da sanare, le speranze risiedono altrove: “Realisticamente,” afferma Laguardia nell’intervista, “credo che le possibilità maggiori siano affidate alle azioni di responsabilità contro le banche.”

Già, forse è meglio puntare sulle banche. Che Tanzi, pare chiaro, pur di non pagare ne studia una più del diavolo.

Fonte www.mondoraro.org

 
DERIVATI: ECCO IL REGOLAMENTO PDF Stampa E-mail
Scritto da Adusbef Lombardia   

FONTE:www.affaritaliani.it/rubriche/acontifatti/derivati30092009_pg_2.html

Derivati, ecco il regolamento

Mercoledí 30.09.2009 13:19

di Pierluigi Fadel (associato AssoFinance)


La bozza di regolamento dell'Economia, sottoposta a consultazione pubblica, ridisegna la nuova disciplina dei contratti derivati. Il provvedimento è previsto dall'art. 62 del Dl 112/2008 poi rivisto dalla finanziaria per l'anno 2009 che come si ricorderà ha "bloccato" la finanza derivata in attesa che venisse emanata una regolamentazione più restrittiva.

Lo schema di decreto ministeriale è riferito sia alle operazioni in derivati sia alle componenti in derivati "embedded" nei contratti mutuo stipulati dagli enti locali. Oggi tale regolamento consente la conclusione di contratti derivati che coprano il cliente investitore dal rialzo del tasso di interesse, i contratti di forward rate agreement, l'acquisto di cap e di collar. Cosa importante da sottolineare è che il regolamento ministeriale punta a fissare forti obblighi di trasparenza sia per le banche nei confronti dell'ente e sia per l'ente nei confronti dei propri cittadini.

Il regolamento, infatti, ha previsto di dare evidenza ai costi impliciti del contratto così come di indicare la posizione finanziaria dell'ente tale disclosure dovrà essere precedente e successiva alla stipula dell'operazione. La banca intermediaria dovrà, al momento della sottoscrizione del contratto, informare la controparte del valore equo del contratto (il c.d. fair value) dovrà poi offrire una simulazione delle successive regolazioni finanziarie, dovrà comunicare al cliente investitore a cadenza trimestrale il valore del mtm del contratto.

Tutte le informazioni dovranno essere fornite in italiano per evitare fraintendimenti di sorta assolutamente frequenti laddove si intenda disciplinare vicende così finanziariamente complesse. Basti ricordare gli ISDA master agreement, le clausole negoziali ivi contenute, la deroga giurisdizionale prevista nelle schedules allegate. Qualche dubbio rimane in ordine alle conoscenza di cultura finanziaria richieste all'ente sottoscrittore.

Il regolamento, infatti, prevede che chi firma dichiari semplicemente (come accadeva prima) di aver compreso pienamente le caratteristiche dell'operazione. Nulla si dice di più al riguardo circa la classificazione dei clienti pubblici come prevista dalla Mifid attraverso l'attuazione del Regolamento Consob 16190/2007. Attesa questa mancanza di raccordo con la norma comunitaria ci viene spontaneo chiedersi cosa succeda laddove l'ente non rilasci tale dichiarazione.
E' presumibile ipotizzare, attesa la standardizzazione di tale dichiarazioni di regola contenute nell'accordo quadro, che l'intermediario non provveda alla stipula del contratto derivato.
In conclusione pare accogliersi positivamente tale regolamento che contribuisce a dare trasparenza agli strumenti illiquidi, come lo sono i prodotti derivati, purtroppo caratterizzati in precedenza da grande opacità e spesso venduti senza che la controparte avesse appieno, al di là della dichiarazione di operatore qualificato sottoscritta, compreso la reale portata.

 

 
CREDITO SI' MA CON MAGGIOR GARANZIE. LO SPOT OTTIMISTICO NON BASTA! PDF Stampa E-mail
Scritto da A.L.   

 

Credito sì ma con più garanzie. Anche le ricerche rimostrano quello che tutti ormai sanno: Banche e società finanziarie aumentano il peso delle garanzie chieste ai clienti prima di concedere un finanziamento.



La stretta al credito c'è. I finanziamenti di banche e società finanziari sono concessi con maggiore ritrosia rispetto al passato. Lo dimostrano gli ultimi dati rilasciati dall'Ufficio studi della Cgia, l'associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, secondo cui gli intermediari finanziari hanno alzato nel 2009 il peso delle garanzie chieste ai clienti prima di accordare un finanziamento. Nel dettaglio, al 31 marzo 2009, per ogni 100 euro di finanziamenti per cassa erogati dalle banche sono stati, in media, richiesti agli affidatari 29,6 euro di garanzie reali. Secondo la Cgia, la situazione peggiora se a erogare il credito sono le società finanziarie che per ogni 100 euro di finanziamenti erogati chiedono alla clientela sull'accordato operativo 46,8 euro. Rispetto al 31 dicembre 2008 la situazione è peggiorata con l'aumento delle garanzie reali richiesto dalle banche salito di 1,6 punti; per quanto concerne le società finanziarie l'incremento è stato di 7,5 punti.

 

Diffidenza maggiore verso il Sud. Per la Cgia, crescono le preoccupazioni se si guarda al fenomeno dal punto di vista territoriale. In Sardegna, al 31 marzo 2009, per ogni 100 euro di prestiti erogati dalle banche sono stati richiesti 49,3 euro di garanzie reali (+3,4 rispetto al 31 dicembre 2008); in Puglia 44,5 euro (+2,1), in Sicilia 43,2 (+2,6), in Calabria 42,7 (+2,2), in Basilicata 40,1 (+3,5) e in Campania 39,8 (+2,1).

 

Al Nord si confida negli spot.

Recentemente è apparso in televisione un messaggio pubblicitario di un noto gruppo bancario che presentava un imprenditore che per resistere alla pressione della crisi impegnava tutte le sue risorse personali presentandosi al personale della sua azienda con una gran bella vena di ottimismo (ma senza stipendi), e alla fine del video si vedeva la scritta che la banca in questione è con le piccole imprese. Peccato però che questo nella realtà non avviene. Anzi, riceviamo ogni giorno segnalazioni da imprenditori che si trovano effettivamente in crisi e nessuna banca - specie quella dello spot - dà loro una mano se non hanno una casa da ipotecare o dei titoli da mettere a pegno.

Non bastano gli spot per risolvere i problemi delle PMI italiane e la speranza anche se è l'ultima a morire ha bisogno di alimentarsi con proposte concrete.

I misteri dell'Euribor in caduta. Le banche non si fidano dei clienti: eppure, a guardare l'andamento dell'indice Euribor – il parametro che esprime a quale tasso gli istituti di credito si prestano i soldi tra loro utilizzato anche per calcolare le rate della maggior parte dei mutui a tasso variabile – si ha l'idea di uno scenario creditizio meno compresso rispetto a fine 2008. Il 25 luglio 2009, l'indice trimestrale ha infatti aggiornato al ribasso il record storico scivolando per la prima volta a quota 0,91 (l'Euribor a un mese viaggia addirittura a quota 0,549%) mentre a fine 2008 superava la soglia del 5 per cento. Quindi, a giudicare da questo parametro, sembrerebbe che la fiducia nel settore del credito sia ritornata. E in effetti, argomentano gli esperti, è proprio l'eccesso di liquidità in circolazione a trascinare al ribasso l'Euribor. E allora, come mai, se i soldi ci sono c'è più diffidenza che in passato a finanziare imprese e famiglie? Secondo gli addetti ai lavori la spiegazione risiede nel fatto che gli intermediari finanziari stanno utilizzando questa ritrovata liquidità per "ripulire" i bilanci dai titoli spazzatura legati alla crisi subprime, non del tutto spazzati via dal sistema del credito. Rispetto a questa esigenza, pertanto, sembra che gli interessi di imprese e famiglie siano stati messi in secondo piano.

 
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