BANCA VALSABBINA PDF Stampa E-mail


Fallimento di Carife: indagato il presidente di Banca Valsabbina
Insieme a Popolare di Bari, Popolare di Cividale e Cassa di Risparmio di Cesena, l’istituto bresciano avrebbe effettuato una «sottoscrizione reciproca di azioni».
Ricordiamo che Il fallimento della Cassa di Risparmio di Ferrara tocca anche Banca Valsabbina. Il presidente Ezio Soardi è indagato per aggiotaggio dalla Procura di Ferrara e la sede dell’istituto è stata perquisita dalla Finanza di Brescia. Le indagini delle Fiamme gialle proseguono e si concentrano sull’aumento di capitale da 150 milioni varato da Carife nel 2001 con un prezzo di 21 euro a titolo. Secondo la procura di Ferrara, gli amministratori dell’istituto emiliano sapevano che l’aumento non avrebbe potuto salvare la banca dal crac ma convinsero comunque 30 mila ignari risparmiatori a sottoscriverlo versando soldi freschi nelle casse di Carife, commissariata nel 2013 e dichiarata insolvente a febbraio 2016. Sulla base di queste motivazioni, 17 ex componenti dei vertici sono indagati per aggiotaggio, bancarotta, falsi in prospetto e false comunicazioni.
Nel 2011 Carife navigava già in brutte acque e arrivare alla soglia dei 150 milioni non era proprio facile: i 22,8 milioni mancanti per il successo dell’operazione furono quindi sottoscritti da Banca Valsabbina (10 milioni), Popolare di Cividale (2,058), Cassa di Cesena (6) e Popolare di Bari (4,037). Denaro che è di fatto tornato indietro: nello stesso anno, Carife ha infatti acquistato 10 milioni di azioni Valsabbina, 2,058 di Cividale, 6 di Cassa Cesena e 4,037 della Popolare di Bari. Comprando 22,8 milioni di azioni delle 4 banche, il risultato è stato che all’aumento di capitale di Carife non è in realtà corrisposta una crescita del patrimonio effettivo. Secondo la Finanza di Ferrara, che ha strettamente cooperato con Brescia già dal luglio scorso a quanto si è appreso, si è trattato di una sottoscrizione reciproca di azioni, operazione di comune accordo vietata per legge. Per questo i rappresentanti delle 4 banche risultano indagati. Due puntualizzazioni: il rapporto tra Valsabbina e Carife non è nato nel 2011 (l’anno prima l’istituto bresciano comprò il 78% di Credito Veronese dagli emiliani) e l’operazione nel mirino è ben indicata nei bilanci.
Nel 2011, Valsabbina ha iscritto titoli Carife per 10 milioni e i ferraresi hanno fatto lo stesso mettendo tra le attività 10 milioni di azioni della banca bresciana. Sono classificate come attività di livello 3 e il loro valore è fissato dall’istituto che le possiede con una prezzatura interna a ampia discrezionalità perché non esistono «parametri di valore osservabili dal mercato». In questo speciale comparto dell’attivo bancario finiscono azioni illiquide, fondi immobiliari e strumenti finanziari di elevata complessità: il loro valore è deciso dall’istituto stesso e più le componenti sono positive più il rendiconto finanziario migliora.
Invitiamo chi fosse in possesso di notizie rilevanti a comunicarle alla nostra Associazione o presentare esposto alla magistratura o alla GdF.

 

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